All my world

Dopo l’unificazione d’Italia il 17 marzo 1861, la situazione nazionale era tutt’altro che tranquilla: con la nomina di Roma come capitale i dissidi con la Chiesa aumentarono dato che il papa Pio IX rivendicava comunque il potere temporale.

Quindi il governo d’Italia, con il Presidente del Consiglio Urbano Rattazzi cercava di prendere tempo, per pianificare come poter risolvere quella che comunque era una questione molto delicata.

Fu in questo contesto che Giuseppe Garibaldi, il 27 giugno 1862, partì da Caprera (in Sardegna) verso Marsala – come fece già due anni prima nella più celebre spedizione dei Mille – inizialmente per saggiare i voleri del popolo circa la questione romana.
Vedendo che nei primi giorni raccolse molti consensi e volontari per una nuova rivoluzione, addirittura il motto popolare (poi adottato anche dal Generale) era “o Roma o morte”, si convinse che la cosa si poteva fare.

Lo scenario è però radicalmente diverso da quello dei Mille: mentre la cacciata dei Borbone era stata possibile a partire da una sollevazione popolare in Sicilia, poi guidata da Garibaldi, qui l’aggressione al papato sarebbe stata vista come un attacco dello stato italiano alla Chiesa.
Se poi includiamo il fatto che in questo momento la Francia protegge lo stato pontificio (che nel frattempo ha anche evitato alleanze austriache, diversamente dal recente passato), appare chiaro che una spedizione su Roma avrebbe potuto comportare una reazione francese.

Si configurava così l’idea del governo di Torino di contrastare l’operazione di Garibaldi anche se non era facile: il Generale era un’icona italiana apprezzata dal popolo e in tutto il mondo.

Mettono a difesa dello stretto di Messina delle unità navali per evitare lo sbarco in Calabria, ma nella notte del 25 agosto Garibaldi utilizza due piroscafi (Abbattucci e Dispaccio) e attraversa lo stretto.
La Regia Marina era di vedetta ma non si sa bene come, le due imbarcazioni non vengono viste e solo a sbarco già avvenuto l’esercito volontario viene bombardato da una corazzata italiana e ingaggiato da truppe fuoriuscite da Reggio.

Gli storici pensano che non si è voluto attaccare Garibaldi mentre compiva la traversata perché avrebbe comportato parecchie perdite o comunque che le vedette della Regia Marina lo avvistarono ma volutamente non vollero infierire.

Di fatto comunque il Generale, preso d’assalto, fu persuaso a proseguire per la montagna, verso l’Aspromonte al riparo dai cannoni della Marina e diede anche ordine di non rispondere al fuoco italiano.

A tarda sera del 28 agosto Garibaldi arriva in una zona facilmente difendibile: ha comunque perso molti uomini tra disertori e arrestati e ora le sue unità ammontano circa a 1500 unità; si trova tra Gambarie e Sant’Eufemia d’Aspromonte quando, a mezzogiorno del 29 agosto, avvista una colonna del Regio Esercito.

Schiera il suo esercito volontario sull’orlo del bosco, in posizione dominante.

Alle quattro del pomeriggio lo scontro a fuoco: 3500 regolari, principalmente Bersaglieri, attacca correndo e sparando, Garibaldi si mette alla testa dei suoi intimando di non sparare dato che si trattava di “fratelli italiani”.
Menotti però non ubbidisce e carica i Bersaglieri respingendoli. Successivamente Garibaldi dirà che si era trattato solo di alcuni giovani ferventi.

In quella confusione il Generale venne ferito (e mai ferita fu più celebre: ricorderete tutti la celebre canzoncina “Garibaldi fu ferito”) all’anca sinistra e al piede destro.
Gli ufficiali volontari si fecero intorno al Generale caduto mentre l’esercito si ritirava nel bosco e anche l’esercito regolare smise di sparare.

Nonostante la brevità dello scontro (circa dieci minuti) morirono sette garibaldini e cinque regolari e il ferimento di venti garibaldini e quattordici regolari.
L’esercito volontario comunque decise di non difendersi per non sparare su italiani.

A seguito dello scontro Garibaldi fu arrestato e si procedette a capire le responsabilità: chi aveva reso possibile l’operazione militare del Generale?

Sia il Presidente del Consiglio Rattazzi che il Re (Vittorio Emanuele II) vennero sospettati di essere responsabili di aver inizialmente appoggiato Garibaldi per poi abbandonarlo.
Di fatto comunque mentre da una parte sia il Re che la sinistra repubblicana comunicarono con il Generale cercando di scongiurare una guerra civile, se fosse riuscita l’operazione avrebbe avuto conseguenze positive per entrambe le parti: la presa di Roma rimase comunque un obiettivo del Risorgimento italiano.

Obiettivo poi raggiunto il 20 settembre 1870, ma questa è un’altra storia.

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Presenza 

Scriverò di te, pensai leggendo ancora una volta un suo Tweet. 

L’avevo pensato così tante volte che ebbi la sensazione, no anzi la paura, che non avrei davvero mai scritto qualcosa di serio, di intimo, su di lei. E tutto sarebbe finito con il solito Tweet ironico, o l’emoticon su WhatsApp. 

Non questa volta. 

Avevo bisogno di tirare una somma, un punto fermo nel Tempo. Una di quelle pietre miliari che poi per mille altre esistenze ricordi, sapendo esattamente a chi pensavi mentre scrivevi quel post. 

E questo è il post che mi ricorderà per sempre la Regina, e come ho preso ad affezionarmi, a volerla al mio fianco e a soffrire per lei quando sento che non c’è. 

Il tutto è cominciato con il mio ritorno su Twitter dopo una storia finita con una donna. Una storia che,  ormai temprato dalla mia discesa all’inferno nel 2009, avrebbe potuto segnarmi di più. 

Invece cicatrici ma soprattutto consapevolezza. 

Ne ero uscito malconcio ma in piedi e a testa alta. 

Ero felice della riconquista della mia libertà e non volevo altre donne nei miei pensieri, meritavo di stare meglio. Per un po’. 

Presi a fare il giullare su Twitter, dopo il primo cambio di nickname dalla creazione dell’account ormai nove anni prima. 

Trovai un Twitter assolutamente diverso da quello del 2012 (ultimo anno in cui avevo fatto lo scemo in TL, provato interazioni tra il serio e il faceto). Molti account che una volta erano “comuni mortali” ora erano twitstar da millemila followers, con menzioni alla radio o in tv, io nel mezzo. 

Con il cambio di nickname molti non mi hanno nemmeno riconosciuto o non si ricordano. 

Fu ricominciando a twittare che incrociai per la prima volta Ilaria. Nickname Vodka & Revolver. 

Non amo la vodka, ma mia sorella ne va pazza, inoltre sono suo fornitore di alcolici da sempre dato che è l’unica con la quale condivido la passione di preparare cocktail. 

Ispirato da questo filo logico con mia sorella, sento già una buona vibrazione verso Ilaria. 

La incrocio su un Tweet cinico ritwittato da un altro account, io le rispondo è lei mi dice di stare attento perché è una serial killer di uomini. 

Considerando che sta già parlando come parlo io di solito (dio solo sa quante volte mi son considerato killer in diversi ambiti) mi piace. 

Inoltre ero appena stato trafitto da una donna, quindi mi sentivo immune. 

Così scherziamo su questa cosa dell’uccisione, ci diamo pure appuntamento: a mezzanotte mi avrebbe ammazzato. Io l’aspettavo in TL. 

Intanto scopro che è toscana e quindi il feeling cresce. 

A mezzanotte le scrivo in TL e ridiamo sul fatto che sono ancora vivo. 

Ma ci parliamo con rispetto, mi piace, ha dei modi che wow, ridefinisce l’educazione e la gioia di parlarci. La chiamo Madame perché merita. 

È gennaio, i primi di gennaio. 

Già penso che con la fine della pausa lavorativa natalizia io smetterò di twittare e quindi ci perderemo. 

Ma il giorno dopo ricominciamo a scriverci, sempre per gioco. Troviamo sempre un argomento comune e saltano fuori anche i primi temi seri: la nostra sensibilità, chi abbiamo trovato nella nostra vita, perché siamo diventati quello che siamo, e come andiamo avanti. 

Per me quello che ci diciamo diventa una tacita promessa: non ti abbandonerò mai, perché se ci son voluti 36 anni della mia vita per trovarti non vedo chi cazzo sia per voltare così le spalle al karma facendomi beffa degli eventi. 

Passano i giorni parlando, ridendo e scherzando. Lei c’è sempre. 

Sono geloso quando la vedo parlare con altri ma poi lei c’è. 

E comincia a mancarmi quando non c’è. Allora le chiedo per favore di avvisarmi prima se un giorno volesse sparire da Twitter. Acconsente e io in cambio le dico che, nel caso, io avrei fatto lo stesso. 

Mancavo da Twitter dal 2014 e decido di fermarmi per un altro giro, per Lei. 

Passano i mesi e il rapporto si stabilizza, la trovo sempre più bella fuori ma anche maledettamente dentro. 

È ciò che una Donna per me dovrebbe essere. È pazza fuori ma seria dentro. È la sintesi perfetta tra volare e vivere. 

Mi emoziona, basta che ci sia. 

Ci sono molte cose di lei che davvero non posso e non voglio scrivere, perché questo post è un iceberg. 

Negli ultimi giorni, settimane, sto scoprendo che probabilmente ci siamo già conosciuti o frequentati in altre vite, in altre esistenze perché solo così mi spiego come siamo così elettivamente affini. 

Ha fatto risorgere in me aspetti che avevo sopito da anni di monotona realtà: il fantasy, i videogiochi, il Rock (beh questo è sempre rimasto, ma con lei sta reingranando di brutto), l’arte. 

Altri aspetti invece che non sono mai stati sedati comunque con lei si sono rinfrancati, si stanno rinfrancando: il mare, i viaggi, e il valore di un rapporto Vero. 

Il 6 giugno (data a me già cara) è il suo compleanno e mi sono onorato di averle organizzato un compleanno su Twitter che è stato emozionante per entrambi, con tanto di regalo (vero). Credo non lo dimenticherò Mai. 

Lei è dark, ma anche molto solare. Sorride alla vita, nonostante tutto. La sua Forza mi inebria al punto che mi dico che non posso non esserci nella sua vita, non può non esserci nella mia. In una moltitudine di cose sbagliate che avvengono quelle Giuste le devo riconoscere, le voglio riconoscere. 

Sto scrivendo su di Lei da più di un’ora e potrei continuare tutta la notte. Non ho nemmeno riletto. Come esce, dal cuore. 

Anni fa mi son detto che volevo la Perla Nera. 

La Perla Nera, come noto, è Libertà. 

E Lei è dark, è ribelle, ha un’essenza libera, per me lei è la Perla Nera.

La Battaglia di Medole

24 Giugno 1859 – Cascina Ca’ Nuova nei pressi di Medole (Brescia – Italia) 

Era dalle cinque del mattino che eravamo li, senza sapere contro chi e quanti stavamo combattendo.

Il caldo era soffocante, afoso, persino le nuvole erano immobili quasi ci osservassero spaventate dal fragore che scatenavamo sotto.
I nostri uomini quasi non sentivano più i morsi della fame, forse più scossi dai tuoni della nostra artiglieria mentre io, ogni volta che vedevo levarsi un pennacchio di fumo dalle linee austriache, quasi speravo venissi colpito, per evitare di vedere altri commilitoni colpiti e istantaneamente mutilati dal rimbalzo mortale di quelle palle da otto o dodici libbre.

Vedevo da lontano il campanile del vicino villaggio di Medole, erano da poco passate le 15, ormai resistevamo da ore ai ripetuti attacchi portati a tentativo di riprendere questo luogo così strategico, che avrebbe permesso di accerchiare le forze nemiche e risalire verso il Garda.

Di milleduecento che eravamo la mattina, solamente la metà erano ancora perfettamente abili al combattimento e infatti si stavano dando da fare con i moschetti, sparando a ripetizione.

Continuavamo a colpire gli austriaci, in modo anche molto preciso ma, come fosse il peggiore degli incubi, loro parevano rigenerarsi, sempre freschi, continuavano ad apparire con grande entusiasmo in fondo alla strada per Guidizzolo.

Il nostro reggimento, il 55°, sarebbe rimasto presto a corto di munizioni. Calcolai che i miei uomini avevano si è no ancora una ventina di cartucce a testa.

“Caporal Labonté”, chiamai la staffetta e lo vidi girarsi verso di me proprio nel momento in cui il commilitone alla sua destra cadde strillando, colpito alla coscia.
“Oui, Colonel Maleville!”.
“Ricarica il tuo fucile, poi prendi un cavallo e riporta au Général Niel che presto avremo bisogno di munizioni e rinforzi, vai!”.
“Oui, mon Colonel!”, il caporale fece il salute militare e si allontanò in direzione dei cavalli, nel piazzale della cascina che più volte avevamo perso e riconquistato nel giro di poche ore.

“Chiamata ai numeri!”, ordinai ai miei uomini, e loro cominciarono, una volta al riparo, a darsi un numero, “uno!”, “due!”, alternandosi.

Una volta conclusa questa numerazione, potevamo disporci meglio per prepararci alla loro carica: “Dispari: in prima linea, pari: seconda linea! Artiglieria: colpo a mitraglia!”.
Il muro a est della Ca’ Nova, dove eravamo noi, ci offriva una buona copertura, quantomeno contro le pallottole, ma non avrebbe retto a un’altra cannonata.

Si sentivano in lontananza gli spari di nostri altri reggimenti ma per il momento noi del 55° dovevamo solo aspettare una carica.

La linea era formata da circa una cinquantina di fanti, su quattro ranghi ma in realtà non era una vera e propria linea, perchè molti erano appostati al piano inframezzato, altri a quello superiore della cascina.
Ognuno stava caricando la propria arma, a volte arrivava qualche sparo dalle linee nemiche, nulla di preciso, era chiaro fossero colpi con l’intento di distrarci o demoralizzarci.

Si sentiva anche un cane abbaiare, più arrabbiato che spaventato, era evidente che non avesse preso di buon grado il fatto che ci fosse una battaglia in corso.

Purtroppo non era l’unica cosa che si sentiva: i feriti urlavano disperati, molti chiamavano la madre, altri semplicemente piangevano.

In quel momento la prima linea austriaca sparò il suo colpo, quasi all’unisono. Due dei nostri vennero colpiti e caddero a terra, qualcun altro fu ferito di striscio, il loro tiro in linea era stato molto preciso.

Subito dopo partirono alla carica con le baionette spiegate, calcolai la loro velocità per capire quale fosse il momento migliore per colpirli.

Risalivano lungo la strada urlando come pazzi, effettivamente facevano un certo effetto.

“Cinquantacinquesimo, pronti al fuoco!”, un’occhiata ai nemici che avanzavano, erano circa a cento metri.

“Fuoco!”, esclamai, abbassando la sciabola.

Le prime due linee fecero fuoco contemporaneamente, un centinaio di colpi partirono, e circa una decina di fanti nemici caddero durante la loro carica, ostacolando i loro stessi commilitoni che rotolarono a terra.

Ma altri riuscirono a saltarli e continuarono la carica, ormai erano solo ad una cinquantina di metri.
A quel punto era chiaro che ci fosse una sola cosa possibile da fare.
“Innestare la baionetta!”, ordinai.

I miei uomini sfilarono le loro lame e la agganciarono al loro fucile, chi era al piano superiore si preparò a scendere, gli altri a scavalcare le finestre per l’attacco.
“Carica!”, urlai e partii anch’io con i miei uomini.

Eravamo esausti ma nonostante tutto l’impeto fu mirabile, partimmo in modo convinto verso le uniformi bianche degli imperiali austriaci; lo scontro fu cruento, le prime linee subirono l’impatto e molti caddero a terra colpiti.
Per molti la stanchezza permetteva a malapena di reggersi in piedi, ma l’istinto di sopravvivenza unito all’onore del perseguire la vittoria rendeva lo scontro, dopo dieci ore, ancora possibile.

Dopo una ventina di minuti il loro schieramento cominciò ad arretrare ma i nostri, rimasti in poco più di una settantina e stremati si rifiutarono di inseguirli, anche perché la loro artiglieria caricata a mitraglia era sicuramente letale.

Mentre arretravamo di nuovo verso Ca’ Nova, vidi con la coda dell’occhio prima, e scrutando poi, la cavalleria di Partouneaux appostata a sud, nascosta dal granoturco alla vista degli austriaci; ma fin quando gli schieramenti sarebbero rimasti così ordinati, e con la copertura dell’artiglieria, sarebbe stato impossibile per loro intervenire.

Avevamo appena recuperato le nostre posizioni nella cascina, quando vidi il Caporale Labontè tornare al galoppo, smontò da cavallo ancora in movimento e chiese al Sergente “Il Colonello Maleville?”.

“Sono qui, Caporal”, risposi io dalla finestra del primo piano.

“Mon Colonel, porto brutte notizie: il Generale Niel riferisce che non ha rifornimenti né di uomini, né di munizioni!”, la notizia era effettivamente pessima, avremmo dovuto prepararci alla ritirata e perdere così l’obiettivo strategico, a meno di non soccombere travolti dal nemico.

“E c’è dell’altro: gli ordini sono comunque di tenere la cascina, ad ogni costo, mon Colonel…”.

In quel momento i miei pensieri s’incupirono, tutto rallentò intorno a me.
Mi vennero in mente i dialoghi della sera prima, quando dall’accampamento di Carpenedolo pensavamo alla giornata di oggi, come ad una semplice giornata di trasferimento verso il Mincio dove avremmo dovuto trovare gli austriaci appostati.

Ricordai l’entusiasmo che avevamo all’idea della imminente conclusione di questa campagna d’Italia sull’oppressione imperiale.

E nonostante tutto, nonostante la sorpresa all’alba di aver trovato il nemico così vicino, questa grande resistenza e orgoglio che abbiamo schierato.

La vittoria sarebbe stata nostra, ne ero certo, ma a quale prezzo?

Ripercorsi mentalmente tutta la strada percorsa alle prime luci dell’alba fino a scrutare da lontano la cascina di Ca’ Nuova, di conquistarla agli austriaci e poi tenerla, con grande sacrificio del nostro reggimento che era passato da milleduecento unità attive a poco meno di duecento.

Gli austriaci avevano subito più perdite di noi, ma avevano il vantaggio di una linea di rifornimento più continua.

Ora questi ordini del Generale Niel: tenere la cascina ad ogni costo. Ma come?

Improvvisamente la mente mi si schiarì, mi venne in mente la cavalleria del comandante Partouneaux e capii che la possibilità era una sola: fare in modo che lo schieramento austriaco si scomponesse per permettere alla nostra cavalleria di travolgerlo.

Questo era il sacrificio che ci era stato chiesto e, in nome della Francia e della libertà l’avremmo fatto.

Mi radunai nel cortile con il mio quartier generale, a cavallo. Al mio vice comandante Tiersonnier dissi solo “Se avete a cuore la Francia e la Libertà, seguitemi!”.

Afferrai la bandiera del nostro reggimento e gridai “55°! Salvate la bandiera!” e mi lanciai al galoppo verso le fila nemiche, seguito dal mio quartiere generale.

Intanto la fanteria stava radunandosi per la carica nel cortile.

Al mio fianco, leggermente più arretrato c’era Tiersonnier, e dietro altri sei ufficiali, tutti al galoppo.

Vedevo la linea nemica intenta a caricare le armi, poi cominciarono a sparare. Le pallottole sibilavano intorno a noi, ma io spronai il mio cavallo per andare ancora più veloce, la bandiera saldamente nelle mie mani.

Vidi un ufficiale venir colpito e cadde da cavallo, dopo pochi istanti anch’io fui colpito al braccio ma resistetti.

Avevo percorso circa cinquanta metri e mi preparavo ad estrarre la sciabola per colpire la fanteria austriaca, quando venni colpito alla gamba. Sentii un dolore lancinante e una vampata di calore improvvisa seguita da un intorpidimento generale, feci per estrarre l’arma quando mi accorsi che avevo perso la bandiera dalle mani intorpidite, subito raccolta dal mio vice comandante che continuava al galoppo.

Tentai di alzare lo sguardo ma era tutto annebbiato e caddi da cavallo.

Tiersonnier continuò la galoppata insieme ad altri tre ufficiali e appena raggiunte le linee nemiche vennero colpiti anche loro, cadendo a terra.

Ma nel frattempo era partita la carica del 55° reggimento francese, gli austriaci non erano in grado di ricaricare in tempo e lo scontro alla baionetta fu violento. Nel tentativo di ribaltare le sorti, gli austriaci allargarono il fronte per accerchiare i francesi.

Fu in quel momento che gli ussari di Partouneaux non si lasciarono sfuggire l’occasione e uscirono dal granoturco caricando le fila austriache ormai scomposte.

Si videro membra mozzate e si udirono urla strazianti dopo che la cavalleria investì le truppe nemiche, roteando le loro letali sciabole e urlando “per la libertà!”.

Dopo pochi minuti di scontro gli austriaci si ritirarono lasciando finalmente il campo ai francesi.

Da quel momento in poi, tutti i corpi d’armata francesi ed italiani impegnati nei dintorni, cominciarono ad avere la meglio sugli imperiali portando, a sera, alla vittoria.
Il Colonello Maleville morì il giorno dopo a seguito della ferita riportata.

 

Facciamo l’Italia

Facciamo l'Italia

Ho acquistato questo libro senza sapere fosse una novità. Avevo appena visto un tweet direttamente con hashtag #Palabanda Edizioni e mi sono incuriosito.

C’è da dire che il mio interesse per gli avvenimenti del XIX secolo in questo periodo storico della mia vita si sta facendo sempre più strada, dalla Rivoluzione Francese (fine XVIII sec) a Napoleone.

Ma questo libro parla dell’Italia, del periodo del Risorgimento ovvero della nascita della nostra Nazione.

Un periodo storico che ultimamente la Scuola non tratta, a mio modesto parere, con la dovuta attenzione e nemmeno con la dovuta responsabilità, quasi come sentisse il peso di chissà quale schieramento ideologico nell’affrontare l’argomento.

I libro non è molto lungo ed è pensato per arrivare a tutti: dall’adolescente agli adulti.

In circa un centinaio di pagine vengono raccontate le vite di dieci protagonisti del nostro Risorgimento, cinque donne e cinque uomini con le loro vicende, amori, pensieri e paure.

Ogni personaggio parla in prima persona e si ha l’impressione di leggere un monologo come lo farebbe un giovane: con un linguaggio semplice ma pieno di passione per le proprie gesta.

Senza voler fare paragoni esagerati, mi ha ricordato per certi versi la lettura della Divina Commedia: incontrare personaggi appartenuti al passato che possano raccontare in prima persona le proprie vite ed impressioni.

Personalmente l’ho trovata una lettura molto scorrevole, interessante e soprattutto con la capacità di attualizzare in modo incredibile dei fatti che solo apparentemente sono così lontani nella Storia.

Ho potuto così apprezzare avvenimenti realmente accaduti potendo sentire la sensazione dei rischi provati per la nascita dell’Italia, con sotterfugi, atti eroici e di diplomazia raccontati come fosse un moderno film d’azione. Ci si dimentica addirittura che si abbia a che fare con una materia che spesso viene affrontata in un modo troppo noioso e scoraggiante.

Infine, e non è una cosa da sottovalutare, permette davvero di conoscere la storia della nascita della nostra nazione dato che le ultime pagine sono dedicate ad un riepilogo storico del periodo.

Sono rimasto molto soddisfatto di questa lettura e spero molti di noi, giovani e meno giovani, abbiano l’opportunità di leggerlo.

Per ora potete trovarlo ed ordinarlo presso il sito dell’editore Palabanda al prezzo di 9,90 euro.

Tolone Libera – Parte XI

18 Settembre 1793 (Giorno del Genio 1793) – Ore 6.45

Non ho dormito granchè durante la notte, i ricordi dello scontro del giorno prima erano vividi.
Per ore ho sentito di nuovo le urla, il rumore sordo della carica dei cavalli, gli spari e il tuono del cannone.

Ora sentivo fuori già le cicale sugli ulivi che ci cullano la mattina, il pomeriggio e la sera.
Anzi di fatto tutte le volte che non siamo presi da altre faccende ci possiamo rendere conto che ci accompagnano con il loro continuo frinire.

Oggi la giornata sarà tiepida, lo si capisce subito dall’orizzonte. Clima mediterraneo, mite.
A differenza di quello che stava succedendo in questa zona della Francia e probabilmente non solo.

Si stavano svegliando tutti nell’accampamento, alle ore 7 e 30 era fissato il rapporto dal sergente.
Il tempo quindi di sgranocchiare qualche galletta e latte delle mucche di una fattoria vicina, avrei potuto trovare il tutto presso il carro della fureria.

Mi dirigo verso il carro in questione mentre l’aria aveva quel frizzante marittimo, eravamo a circa cinque chilometri dalla rada piccola di Tolone.

Potevo vedere altri commilitoni della nostra compagnia alzarsi, alcuni stavano già fumando, altri ancora raccontavano storie delle loro mogli o fidanzate o sogni di quali ragazze mai avute.
Ritiro le provviste riservate alla nostra tenda e torno.

Appena arrivato vedo Jean Pierre uscire dalla tenda con le carte già in mano e mi fa un cenno di saluto.
Appoggio il secchio di latte e il cesto con all’interno le gallette vicino al tavolo e prendo dal baule le stoviglie per la colazione.

“Dai Bernard, prima del rapporto ci facciamo una partita, vero?”, era Jean Pierre che stava appunto mescolando le carte.
“Per me si può fare, ma niente scommesse” rispondo, poco convinto.
“Scherzi? Non se ne parla nemmeno…non hai sentito che ormai è sfida aperta a quelle delle due batterie entrerà per prima in azione contro gli inglesi?”, risponde come improvvisamente avvampato.
“Ma hanno già fatto gli assegnamenti?”, la mia mente era intorpidita dal sonno ma in effetti non mi sembrava sapessimo già come fosse stata divisa la compagnia.
“Non ancora ma si vocifera che i sorteggi saranno già questa mattina…per ora piazziamo tipo scommesse al buio”, fissava la sue carte.
Io sorseggiavo il mio latte e ripensavo alle cannonate del giorno precedente, al pensiero che presto ne avremmo dovuto maneggiare dieci di quei pezzi mi rendeva curioso e spaventato al tempo stesso.
“No, senza sapere come verremo divisi non scommetto nulla”, rispondo mentre ci raggiungeva anche Gerard al tavolo.

“Tu che dici Gerard, meglio stare nella batteria di destra o di sinistra?”, incalza Jean Pierre.
Era ancora chiaramente assonnato, il tempo di stropicciarsi un occhio con la mano e grugnire poi aggiunge “quello che so è che spareremo dalla spiaggia. Sabbia, capite?”, noi ci guardiamo in faccia tra lo stupiti e il preoccupato.

Era incredibile come riuscisse sempre a cogliere la parte seria di una questione.
“Ho capito dai, metti via le carte e andiamo a rapporto, non sarà una diversa batteria a renderci migliore il destino”, dissi con tono quasi di sfida.

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Essere Pronti

Leggendo questo tweet di un’amica:

Mi è venuto in mente che molto spesso sono riuscito a fare cose senza sentirmi pronto.
E altrettanto spesso non ne ho tratto nemmeno consapevole esperienza.

Come sempre, l’esperienza migliore ti può arrivare solo da cose pratiche e mi è venuto in mente l’ultima volta che sono riuscito a fare qualcosa di pratico pensando non ne sarei stato in grado.

Ero a Nizza, nel parcheggio sotterraneo dell’hotel e avrei dovuto portare fuori la mia auto con una complicata manovra in retro con tanto di curva stretta a salire.

Per chi sia stato almeno una volta in Francia sa anche che l’aggettivo “stretta” ha molto senso, dato che ogni strada, passaggio e corsia è circa la metà del corrispondente italiano.

Bene, guardo quello che dovrei fare, studio la soluzione e dico al mio amico presente: “io non lo so fare per cui abbasso i finestrini e tu stai giù, se vedi qualcosa di strano mi avvisi.”

Salgo in auto, l’accendo e comincio la manovra.

Dopo circa trenta secondi ero fuori dal parcheggio, in un’unica manovra e senza mai fermarmi.
Non sapevo di saperlo fare.

Perchè l’ho fatto consapevolmente, usando gli specchietti come ti hanno detto a scuola guida, circa quindici anni prima (manovre mai provate, poi).

E allora mi è venuto in mente che se qualcuno mi avesse chiesto “lo sai fare?” o più in generale “sei pronto?” probabilmente avrei risposto no.

E invece.

(ringrazio la mia amica Chiara, di cui sopra, per lo spunto) 😉

Tolone Libera – Parte X

Trascinammo i feriti sotto gli alberi, dove faceva più fresco e dove Jean-Jacques aveva allestito un improvvisato ospedale da campo.

Poi venne il turno dei feriti inglesi, se non altro per avere prigionieri o informatori anche se correvano il rischio di farci rallentare.
Riuscimmo a salvare anche una dozzina di cavalli, potevano esserci utili nel trasporto dei pezzi d’artiglieria, mentre altri otto almeno erano feriti ma recuperabili.

Per i nostri sei commilitoni uccisi preparammo una sepoltura al limitare del boschetto da dove la cavalleria era uscita, poi facemmo un campo per riorganizzarci prima di riprendere verso Tolone.

Buonaparte intanto era tornato e aveva dato ordine di requisire tutte le armi e le bandiere in possesso agli inglesi. Sarebbero potute servire come possibile scambio o bottino.

Raggiunsi Gerard che era ancora scosso dall’aver acceso la miccia, in effetti nessuno di noi aveva ancora visto gli effetti di un colpo a mitraglia e comunque mai da così vicino.
“E’ potente Bernard”, la sua voce tremava, “è potente, nel mondo non c’è posto per un’arma così potente”.
Lo guardai e capii che non era in un momento buono, dovevo un po’ tirarlo su “No, lo sai per cosa non c’è posto nel mondo? Non c’è posto per gli inglesi!”, Gerard ora mi guardava “Oggi noi abbiamo resistito e grazie anche al tuo colpo hai evitato che tanti nostri amici siano morti. Guarda, siamo ancora tutti qui e siamo pronti ad andare avanti! Voci dicono che saremo a Tolone già Domenica!”. Guardammo in direzione della città ma vedemmo solo monti e colline, quelle che ci separavano dall’obiettivo.

Vidi Gerard sorridere debolmente, mentre teneva nella sua mano tremante, la pipa.
Mi sedetti accanto a lui appoggiandomi. Mentre strappavo dei fili d’erba mi guardai intorno, ovunque la terra in quei pochi metri portava i segni del nostro scontro: polvere da sparo, solchi dell’artiglieria e terreno rivoltato dalla cavalleria.

Jean-Jaques lavorava nel proprio ospedale improvvisato lo si capiva dalle urla di un ragazzo che provenivano da lì.
Lo scontro era durato pochi minuti e il sole era ora a picco sopra di noi, quel boschetto ci forniva riparo, ma un pasto non avrebbe certo guastato.

Non avevo quasi nulla con me, d’altra parte doveva essere solo un trasferimento di poche ore per arrivare alla città.
Nel mio zaino di ordinanza avevo il pentolino e quanto serviva per preparare del buon tè.

Mentre gli altri commilitoni si stavano già riprendendo dalla sorpresa inglese, vedevo il nostro sergente parlare con il capitano, sembrava stesse ascoltando dei nuovi ordini, data la posa sull’attenti.
Molti, vedendomi preparare la bevanda mi guardavano con uno sguardo curioso e speranzoso, capii che ne avrei dovuto preparare molto.

Mi ritrovai a pensare alla stranezza di questo nostro tempo: di come si passasse, e con quale naturalezza, dagli scontri fisici ad una tazza di bevanda di erbe esotiche.
Quando il profumo mi destò dai miei pensieri, si era formato un gruppo di persone interessate ad averne una razione e quindi mi preparai a versarlo nelle loro tazze, armato di mestolo.

Mentre versavo loro da bere, ad un certo punto riconobbi dal polsino che anche il sergente Dumont si era messo nella fila ed era il suo turno.
“Caporale, una porzione anche per me” – la sua voce mi sorprese, calma, molto più calma del solito.
“Signorsì, Sergente” – mentre riempivo la sua tazza “tutto bene, Monsieur?” chiesi timidamente.
“Si Caporale, questo attacco ci rallenterà. Il Capitano ci farà esercitare qui perchè teme degli esploratori nemici che possano rivelare i nostri spostamenti. Lo zucchero dov’è?” – si guardò intorno.
“Niente zucchero Sergente, questo campo non era…non era previsto”, cercai di scusarmi.
“Capisco caporale, tutte le cose buone non durano.”.

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